Pulsione e sessualità infantile

 Freud

Pulsione e sessualità infantile[1]

Paola Bolgiani

 

 

La pulsione

 

Nel testo I tre saggi sulla teoria sessuale (1905),[2]Freud concettualizza uno dei termini principali della sua elebaorazione, quello di pulsione, termine che tuttavia aveva utilizzato fin da molto presto nelle sue opere.

Nei primi testi (Minuta teorica E – 1894; Minuta teorica G – 1895), Freud utlizza il termine di pulsione sessuale, e la mette la pulsione in continuità con la fame e la sete, individuandola come una delle necessità vitali dell’organismo. Utilizza inoltre, in luogo di “pulsione” preferibilmente il termine di “eccitamento endogeno”, in contrapposizione agli “eccitamenti esogeni”, ovvero agli stimoli provenienti dall’esterno. La caratteristica degli “eccitamenti endogeni” è secondo Freud quella di agire come una forza costante.[3]  Lacan sottolineerà nel Seminario I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi,[4] che la qualità di “forza costante” discosta fin da subito la pulsione dalla necessità vitale, in quanto quest’ultima è, per sua caratteristica, soggetta ad una pulsazione, ad un’alternanza di più e di meno.

Fin dal Progetto per una psicologia (1895), testo non editato da Freud in cui si proponeva di trovare le basi fisiologiche dei processi psichici che stava scoprendo, egli mette in luce come queste originarie necessità dell’organismo umano incontrino da subito quello che chiama “un aiuto esterno” per potersi soddisfare, e come questo intervento esterno incida in maniera fondamentale su tutto quello che ne sarà della soddisfazione di tali necessità. A partire da tale intervento esterno, cioè a partire dal modo con cui chi si occupa del bambino interverrà in relazione alle sue necessità, Freud sottolinea fin da questo testo molto precoce, che la tensione endogena così come il suo soddisfacimento saranno legati da allora in poi a delle “immagini mnestiche”, a delle “rappresentazioni”.

 La “pura” necessità fisiologica ne risulterà così snaturata, in quanto correlata fin da subito con la modalità particolare con cui l’altro che si occupa del bambino avrà dato la sua interpretazione e avrà accompagnato o meno con delle parole particolari (che divengono le “rappresentazioni” e le “immagini mestiche” di cui parla Freud) l’esperienza di soddisfacimento di un supposto bisogno. Vediamo dunque due campi mettersi in luce: l’esperienza fisica di soddisfacimento e le parole, le interpretazioni, le attese, il desiderio che la accompagna, campi che saranno da allora inscindibilmente legati.

 

Vediamo dunque come in questi anni Freud, cercando di cogliere il legame fra l’organico e lo psichico, metta in rilievo la non naturalità delle necessità così come dei soddisfacimenti umani, prendendo fin da subito le distanze con la nozione di istinto, e costruendo le basi per quello che diventerà il concetto di pulsione.

Sarà nel 1905, nei Tre saggi sulla teoria sessuale, che Freud giungerà a formalizzare un nuovo concetto, quello di pulsione sessuale, con il nome di libido. Anche in questo testo la libido è messa in serie per analogia con la fame. Egli parte dal confutare quanto immaginariamente siamo portati a credere in relazione alla libido: che non sia presente nell’infanzia, che subentri nella pubertà, che consista nell’attrazione verso il sesso opposto e che la sua meta sia l’unione sessuale dei due sessi. Fin dalle prime righe del saggio Freud mette in questione questa idea di una normalità e di un’armonia pulsionale mettendo in rilievo in particolare due elementi:

1)    l’oggetto sessuale non è essenziale alla pulsione e al suo soddisfacimento e fra “pulsione sessuale e oggetto sessuale non vi è che una saldatura”;[5]

2)    la meta della pulsione non coincide affatto necessariamente con la soddisfazione legata al coito genitale.

Questo comporta il rovesciamento delle concezioni comuni relativamente alla sessualità. Per quanto riguarda il primo punto, ciò significa che la pulsione non ha un oggetto specifico, ogni oggetto è buono per tendere ad una soddisfazione, o in altre parole, gli oggetti sono sostituibili uno con l’altro. Ciò mette radicalmente in crisi l’idea quindi che ci sia l’oggetto “giusto” e quello sbagliato”, o ancora quello “naturale” e quello “innaturale”.

Dall’altro lato che quando parliamo di pulsione sessuale, o di libido, dobbiamo separarci dall’idea che il sessuale abbia a che fare con il genitale. Vedremo che una certa psicoanalisi ha letto Freud nel senso di un’evoluzione graduale della sessualità verso la genialità. Come abbiamo visto, Freud è categorico su questo: la meta della pulsione, ciò a cui essa tende, non è affatto sovrapponibile al coito genitale.

In questo testo Freud giunge a dare la prima definizione di questo concetto, definizione che, come vedremo, riprenderà anche in seguito, dicendo:

“Per ‘pulsione’, noi innanzitutto non possiamo intendere nient’altro che la rappresentazione psichica di una fonte di stimolo in continuo flusso, endosomatica. […] La pulsione è così uno dei concetti che stanno al limite fra lo psichico e il corporeo”.[6] Ciò che questa prima definizione mostra bene è che la pulsione consiste in una rappresentazione psichica, e quando parliamo di rappresentazione dobbiamo riferirci ad un elemento simbolico, poiché è attraverso degli elementi simbolici che ci possiamo rappresentare qualcosa dell’esistente, o meglio ancora qualcosa esiste per noi nella misura in cui è possibile per noi una rappresentazione simbolica. Dunque una rappresentazione simbolica, di cosa? di una fonte di stimolo che, quanto ad essa, resta completamente inattingibile come tale.

Si tratta della stessa logica che Freud ha messo in luce in relazione al sogno: Freud parla di contenuto latente e di contenuto manifesto. Quest’ultimo, possiamo specificarlo come il racconto del sogno. Tuttavia, anche nella nostra esperienza sappiamo che non c’è modo di attingere al sogno se non nel raccontarlo. C’è del vissuto, potremmo dire, ma noi stessi possiamo trovarci sorpresi nel momento in cui, a fronte dell’impressione che un sogno può averci lasciato, nel momento in cui ci disponiamo a raccontarlo, non riusciamo ad esprimere ciò che volevamo dire.

Ebbene, per quanto riguarda la pulsione è lo stesso: lo “stimolo endopsichico” di cui parla Freud non ha modo di farsi presente per quegli esseri presi nel linguaggio che noi siamo che attraverso le parole, le rappresentazioni, dunque degli elementi di linguaggio. Non tutto si esaurisce in questo, ma tuttavia di quel che non si esaurisce in questo possiamo avere esperienza ma non possiamo rappresentarlo, dirlo, simbolizzarlo. Lacan ci aiuterà a cogliere questo introducendo i riferimenti di immaginario e simbolico, da un lato, e di reale dall’altro.

Con la nozione di pulsione, Freud mette quindi in luce che l’esistenza del linguaggio in cui un essere umano viene al mondo e in cui è accolto snatura per sempre ciò che nell’animale chiamiamo istinto, che non c’è modo di “raggiungere” la dimensione istintuale nell’uomo, in quanto esso è snaturato dal linguaggio, in quanto le sue necessità passano attraverso il linguaggio che le lega indissolubilmente a delle rappresentazioni, a delle parole dette o non dette, alla presenza dell’altro come portatore di quelle parole. La clinica ci dà moltissimi esempi di questo.

Nel 1915, nel saggio Metapsicologia, e specificatamente nella parte di questo saggio intitolata Pulsioni e loro destini, Freud, pur parlandone come di un concetto “ancora piuttosto oscuro per il momento”,[7] riprenderà una disamina completa intorno alla pulsione, dandone una definizione molto prossima a quella del saggio precedente, definendola infatti “concetto limite fra lo psichico e il somatico”[8].

Proviamo a riassumere brevemente i punti fondamentali messi in rilievo:

–       la pulsione può essere considerata alla stregua di uno stimolo proveniente dall’interno dell’organismo, che agisce come una forza costante;

–       l’elemento motorio della pulsione è chiamata spinta. La pulsione esercita una spinta, questa è il suo carattere essenziale;

–       la meta della pulsione è il soddisfacimento; più vie, sottolinea Freud, possono condurre a questa meta, e si possono dare ciascuna volta mete prossime e intermedie come soddisfacimenti parziali. In fondo, leggendo Freud e considerando quanto detto sopra, cioè il fatto che l’essenziale della pulsione è il fatto che esercita una spinta costante, possiamo dedurre che il soddisfacimento completo, che corrisponderebbe all’estinguersi della spinta, è impossibile. E quindi, di conseguenza, i soddisfacimenti sono sempre parziali;

–       l’oggetto della pulsione, come già aveva sottolineato, è l’elemento più variabile di essa, e può mutare attraverso sostituzioni, cioè attraverso operazioni che presuppongono un’equivalenza simbolica. La sostituzione è infatti un’operazione simbolica, di linguaggio, è solo in un universo di linguaggio che due oggetti possono equivalersi;

–       la fonte della pulsione, cioè il processo somatico da cui essa deriverebbe, come già dicevamo, non è attingibile per noi. Freud lo dice così: “la pulsione non ci è nota nella vita psichica che attraverso le sue mete”.[9]

Questo è un punto fondamentale perché mette in rilievo come la realtà psichica e la dimensione pulsionale di cui la psicoanalisi si occupa e la dimensione organica – o cerebrale – appartengano a due  ambiti concettuali incommensurabili. Possiamo infatti studiare il cervello, le sue modificazioni, le sue reazioni agli stimoli e così via, ma resta un salto assoluto fra ciò che possiamo studiare e sapere del cervello (tanto che il cervello e il suo funzionamento possiamo studiarlo – e così è stato fatto inizialmente – benissimo a partire dal cadavere) e il carattere completamente differente che si introduce quando siamo nel campo del vivente attraversato dal linguaggio.

Riprendendo da questo punto di vista il testo che abbiamo provato a introdurre la volta scorsa relativo alla questione per esempio dei DSA, vediamo come in quel testo ciò che si ritiene di poter considerare è una dimensione cognitiva o di funzionamento cerebrale che sarebbe separata da quanto detto fino ad ora relativamente alla pulsione, e che richiama fin da subito la relazione del soggetto con l’intervento dell’altro, sia inteso come quell’altro o quegli altri particolari che si sono presi cura di lui, sia inteso come il linguaggio, le sue risonanze e il modo con cui esso ha impattato su di lui.

Cogliamo così meglio in che senso Freud parla di una sessualità infantile che in fondo potremmo dire è la sessualità tout court, ovvero è la risultante dell’incontro fra il vivente e il linguaggio, risultante che produce, potremmo dire, una dimensione, che è quella della pulsione, che non ha nulla di naturale e nulla di generalizzabile, ma che si innesta, uno per uno per gli esseri parlanti, nella particolarità della loro esperienza.

 

 

Teorie sessuali infantili

 

Nel 1908, contestualmente al testo Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (caso clinico del piccolo Hans), Freud scrive un breve saggio intitolato Teorie sessuali infantili.

In questo saggio Freud intende approfondire la conoscenza delle teorie sessuali infantili poiché, come egli scrive “[questa] rimane indispensabili per giungere a capire le nevrosi stesse, nel cui ambito queste teorie fanciullesche sono ancora valide e acuiscono un influsso determinante sulla forma via via assunta di sintomi”.[10]

Freud inizia il testo con una annotazione molto importante: p. 452 in alto.

Prosegue poi con il dire che la curiosità sessuale si risveglia nei bambini non in maniera naturale e spontanea, ma sotto la spinta di qualche cosa che accade e di fronte alla quale non possono non trovarsi interrogati, come la nascita di un fratellino o comunque un evento che evoca questa possibilità.

Freud sottolinea in questo evento l’arrivo di un simile e la contemporanea perdita (reale o immaginata poco importa) da parte del bambino dell’attenzione e delle cure dei genitori, cioè in qualche modo il sorgere della domanda, che il nuovo venuto produce, di cosa l’altro, la madre in particolare, desideri al di là di lui. Vediamo con ciò che l’osservazione di Freud che non è necessaria la nascita concreta di un altro affinché questa questione si possa porre.

La questione che si pone per il bambino a quel punto è intorno all’origine, ovvero da dove nascono i bambini. Questione su cui la pedagogia attuale così come quella del passato si è interrogata, ponendo la questione se si dovesse raccontare al bambino la “verità”. Freud fa delle considerazioni sulle modalità della propria epoca, che consistevano nel nascondere al bambino i dettagli fisiologici della nascita, raccontando piuttosto delle favole, come per esempio la cicogna. E sottolinea l’insoddisfazione del bambino di fronte a questa risposta. La pedagogia attuale spinge piuttosto verso la spiegazione di come effettivamente, sul piano organico, un bambino viene al mondo, ma chi abbia esperienza con i bambini sa che, allo stesso modo in cui Freud ne prendeva nota allora, anche in questo caso la reazione del bambino è comunque l’insoddisfazione.

Possiamo infatti considerare che, quale che sia la risposta, essa non risponde alla domanda che il bambino pone, perché la domanda che il bambino pone è relativa all’origine – alla propria e a quella altrui: perché sono nato proprio io, perché proprio l’altro – ed è quindi una domanda senza risposta.

Freud mette cioè in luce che la nascita di un altro bambino pone il piccolo di fronte ad una questione che tocca la sua propria nascita nonché il desiderio che l’ha accompagnata.

L’insoddisfazione quanto alla risposta ricevuta, nota Freud, fa sì che per il bambino si apra un lavoro di ricerca, ricerca che peraltro – è sempre Freud a rimarcarlo – potrà continuare a caratterizzare il soggetto fino all’età adulta come curiosità, desiderio di sapere ecc.

Nello stesso tempo Freud nota che questa produce delle teorie e delle costruzioni intorno alla sessualità, che prendono delle forme “tipiche”, e questo perché sono fatte con il materiale che il bambino, a causa della sua immaturità biologica in quel tempo infantile, ha a disposizione.

Freud elenca tre teorie sessuali che si ripresentano con regolarità nella vita infantile.

La prima, che sono i bambini maschi a sviluppare, ma che Freud non esclude riguardi anche le femmine, è quella che tutti gli esseri siano dotati del pene.

Qui Freud introduce un elemento fondamentale che svilupperà ulteriormente negli anni successivi e che gli attirerà anche molte critiche. Egli infatti considera che ci sia una preminenza dell’organo sessuale maschile rispetto alla sessualità, motivo per cui introduce il concetto di “invidia del pene” da parte delle donne.

Occorre non prendere questo elemento come un giudizio di valore. Si tratta del fatto che l’immagine ha una preminenza fondamentale per l’uomo nella costruzione del suo mondo, e che pertanto la differenza fra maschio e femmina (la presenza o meno di un genitale che si vede), pur essendo evidentemente sul piano anatomico una diversa conformazione, sul piano immaginario e simbolico si traduce in una coppia presenza/assenza, più/meno. Questo passaggio è importantissimo, in quanto non solo ci fa cogliere che per Freud non si tratta di un giudizio di valore, ma anche ci permette di renderci conto che ciò di cui parla Freud si situa su un piano che non è da subito quello anatomico, ma un piano simbolico, e d’altra parte ciò è testimoniato anche dal fatto che egli introduce un termine che trae dai Misteri antichi, il fallo.

Ecco che il fallo entra in una dialettica sia immaginaria che simbolica, dove può prestarsi a una serie di operazioni, sia sul versante di un metro di valore, sia sul versante di possibili sostituzioni, come Freud stesso metterà in luce dicendo che per la femmina il fallo potrà essere sostituito dal bambino che mette al mondo.

La seconda teoria sessuale infantile è legata all’idea che il bambino nasca dal corpo della madre e sia evacuato come un escremento. In questo modo il bambino utilizza un elemento che fa parte della sua esperienza per spiegarsi ciò che non sarebbe altrimenti spiegabile. Inoltre anche questo esempio mette in rilievo una sostituzione, il bambino come l’escremento che esce dal corpo, mostrando anche in questo caso che i diversi elementi (bambino – escremento – pene) sono in questo caso altrettanti elementi simbolici che possono prendere lo stesso posto nell’economia soggettiva.

La terza teoria sessuale a cui Freud fa riferimento è quella che definisce la concezione sadica del coito, ovvero l’idea che nel coito si eserciti una violenza.

In tutti e tre i casi e in generale per quanto riguarda le teorie sessuali infantili, ciò che Freud mette in rilievo, in modo che può sorprendere, non è che queste teorie siano con l’età adolescenziale o adulta, quando cioè l’individuo abbia acquisito quelle “conoscenze” di tipo anatomico, fisiologico o relazionale, soppiantate da altre nuove e più corrette, ma esattamente il contrario, cioè come nell’inconscio queste teorie permangano ad essere attive e ad esercitare la loro influenza anche dopo la pubertà, anche quando l’individuo, a livello cosciente, abbia nuove e più corrette nozioni. I sintomi nevrotici, ci dice Freud, sono una riedizione, in forma deformata di quelle stesse teorie sessuali.

 


[1] Intervento nel corso Psicologia dell’età evolutiva e dello sviluppo del 21 gennaio 2012

[2] S. Freud (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. 4, Bollati Boringhieri, Torino 1970, pp. 443-546

[3] Cfr. per esempio S. Freud (1894), Legittimità di separare dalla nevrastenia un preciso complesso di sintomi come “nevrosi d’angoscia”, in Opere, cit., vol. 2, p. 173

[4] J. Lacan (1964), Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1973

[5] S. Freud (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale, cit, p. 462

[6] Ibidem, p. 479, sottolineatura nostra

[7] S. Freud (1915), Metapsicologia. Pulsioni e loro destini, in Opere, cit., vol. 8, p. 14

[8] Ibidem, p. 17

[9] Ivi, p. 19

[10] S. Freud, Teorie sessuali infantili, in Opere, Bollati Boringhieri, vol. 5, p. 453

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