Che ne è del soggetto?

Rosa Elena Manzetti

L’epoca in cui viviamo, quella ipermoderna, quella dell’uomo neuronale, dell’odio verso il soggetto, della biologizzazione dell’umano e dell’imperativo superegoico, in cui la logica contabile è allo zenit e la parola sminuita sotto forma di questionari di ogni genere, ha incidenza anche nel campo delle cure che concernono il soggetto e le sue sofferenze. In particolare essa ha effetti sulla direzione e finalità di una cura, sulla posizione dello psi (psicoterapeuta, psicologo, psichiatra o psicoanalista che sia) e sull’etica che lo caratterizza.

Buona parte delle psicoterapie e tutte le modalità di incontro di un individuo che si rivolge a un altro per via della sua sofferenza, con l’aspettativa che grazie a quell’incontro qualcosa della sua sofferenza possa trasformarsi, comportano il fatto che quell’individuo prima di tutto si rivolge a quell’Altro supponendogli un sapere sul come trattare quella sofferenza.

Abbiamo perciò l’individuo X che si rivolge all’Altro e domanda qualcosa. A questo punto si aprono due vie divergenti:

1) si ascolta quello che il soggetto dice – supponendo quindi che in ogni caso, fosse pure nel caso di un soggetto autistico, ci sia un soggetto che parla – facendosi orientare soprattutto dal dire di quel soggetto particolare, con la finalità specifica di mettere in campo le condizioni dell’emergenza del soggetto. In questo caso chi ha accolto la domanda del soggetto si situa in posizione di lasciarsi insegnare dal dire del soggetto, senza fare appello alla teoria messa in posizione di verità.

2) Oppure chi riceve la domanda sceglie la via di indicare la strada giusta da seguire, mettendosi in posizione di chi ha un sapere più o meno scientifico da elargire: in questo caso, che si tratti dell’applicazione di un protocollo, o di perseguire la via dell’educare,  o del biologizzare, volente o nolente scegliamo la via di lasciar cadere le particolarità soggettive a vantaggio dell’universalizzazione. Lo dimostra l’attuale campagna di stampa intorno all’autismo, che si sta svolgendo in modo particolare in Francia ma che è in corso anche in Italia, che fa ricorso alla scienza per affermare che l’insieme dei fenomeni possono pienamente essere spiegati dal punto di vista biologico senza tener conto della relazione che mantiene il soggetto nel mondo. Siamo entrati in un’era che vuole fare dell’umano un animale come gli altri. Tutto quello che andrà in questo senso sarà valutato buono, tutto il resto sarà da contrastare. La rivista Scientific American dell’inizio di questo anno elencava le buone novelle derivanti dal progresso scientifico in termini di allungamento della vita, di vittoria sulle malattie della vecchiaia, di progresso nel prevedere con i computer dove e quando possono essere commessi dei crimini, ecc. D’accordo non si è ancora vinta la morte e non si riesce ad assicurare una sicurezza totale, ma fa piacere credere se ci si arriverà presto o tardi, perché, come scriveva il giornalista, i computer vanno ben oltre gli umani che lavorano da soli, a causa del loro potere nel trattare i dati e del vantaggio che hanno di non essere accecati dai pregiudizi degli uomini.

Ecco il punto cruciale, l’umano è diventato, nel discorso scientifico, un ‘pregiudizio’ che acceca. Come dice Pierre-Gilles Gueguen, in un testo di qualche giorno fa, “la parola chiave di questa credenza (…) è l’intelligenza artificiale, cioè la speranza di poter esteriorizzare non più soltanto l’occhio assoluto, ma il cervello assoluto”.

A volte i progressi della genetica, della biologia molecolare e delle neuroscienze fanno apparire le imperfezioni umane come una regola. Viene così messa in questione la cosiddetta ‘normalità’, facendola apparire come un mito, ma contemporaneamente viene postulata una ‘anormalità universale’, che non include in alcun modo la singolarità, cioè l’anormalità singolare del sintomo di ciascuno. Ci troviamo sempre nelle derive universalizzanti della scienza, da cui Lacan metteva in guardia,  considerandole generatrici di segregazione.

La psicoanalisi non avalla alcuna posizione contro la scienza. Lacan ha ben articolato come la psicoanalisi non sarebbe potuta nascere se non dal discorso scientifico, occupandosi essa del soggetto della scienza, quello lasciato cadere dalla scienza, per poter essere scienza.

La scienza è da tutti considerata sinonimo di progresso. Contemporaneamente però ci si domanda se occorra porre dei limiti etici ad essa oppure no e si costituiscono comitati etici per questo.

Come psicoanalisti possiamo partire da ciò che non soltanto è stata l’idea di Freud e di Lacan, ma che constatiamo ogni giorno nella pratica clinica: i parlanti, le donne e gli uomini, si umanizzano per la via del linguaggio da cui dipendono e questa dipendenza produce degli effetti discordanti e singolari.

Questa dipendenza dal linguaggio, come scriveva Dominique Miller su Lacan Quotidien n. 114,  “ha fatto nascere ogni sorta di campi del sapere, (…) tra cui (anche) il discorso della scienza”.

Il discorso della scienza più che sul linguaggio si fonda sui segni, sulla cifra, sulle lettere matematiche, che di per sé non hanno alcun senso, ma acquisiscono senso dalle applicazioni tecnologiche che producono. Esso ha inciso in modo radicale sullo sviluppo umano, soprattutto per il fatto che il discorso scientifico, con il suo estremismo della cifra e quindi della quantificazione, ha modificato il rapporto degli esseri umani con il mondo, con il simbolico e tra loro.

Da una parte il discorso scientifico ha reso possibile ai parlesseri di affrancarsi dall’autorità, dai limiti imposti dal corpo, dalle religioni del padre, ma li ha messi nella condizione di asservirsi sempre di più, non tanto alla scienza, ma a un nuovo sapere, quello delle procedure e delle valutazioni, posseduto da una nuova generazione di esperti chiamati a occupare il posto lasciato vuoto dai padri della tradizione.

Questa cosiddetta scienza fondata sul sapere automatico della cifra e delle procedure è il nuovo padrone cui ci si affida a partire dall’idea che ci potrebbe liberare dalla necessità dell’atto soggettivo e dal fallimento che lo caratterizza.

Il discorso scientifico articolato al capitalismo economico, avvalorando l’idea che potrebbe liberarci dal reale inquietante, ci rende dipendenti da esso e ci sottomette all’imperativo ‘sempre di più’, vale a dire fare sempre di più per cancellare ogni faglia, ogni mancanza della natura, ogni fallimento dell’essere parlante, ogni impossibile nelle relazioni. L’esigenza principale diventa la soddisfazione immediata e totale, il godimento estremo, che in realtà produce insoddisfazione crescente. Ne conseguono quindi altre formule, altre procedure, altri esperti. E di nuovo altri fallimenti che testimoniano di un reale che nessuna procedura, nessun esperto può cancellare e che torna dal reale invocando l’atto del soggetto. Trova però di nuovo come risposta altre quantificazioni e ancora procedure, che rigettano le singolarità che caratterizzano ciascun soggetto.

Questo modo di procedere tuttavia rivela che, come ogni discorso, anche quello scientifico, nota  Dominique Miller, si sostiene e si fonda su una forza pulsionale che lo spinge ad alimentarsi. E’ la dimensione pulsionale a spingere gli esseri parlanti a dipendere sempre di più dal discorso scientifico rinunciando al rischio dell’atto soggettivo, che è la vera dimensione che ci umanizza e contrasta il modello robot.

L’epoca contemporanea, in tutte i suoi campi, manifesta la presenza di una forza libidica che si autoriproduce senza che sia in atto un soggetto del desiderio, un soggetto che si assuma il rischio dell’atto senza garanzia. La spinta ai beni e all’avere demolisce ogni barriera nei confronti della pulsione di morte, che si manifesta come distruzione.

Anche nel nostro campo, cosiddetto psi, sono sempre più in voga coloro che fanno appello ad esperti di quantificazioni, di procedure, di sapere automatico che sostituiscono l’atto. Si tratta a volte di orientamenti specifici, ma anche di posizioni che possono rivelarsi trasversali a diversi orientamenti. Si potrebbe a volte pensare, di fronte a certe linee guida, a certe applicazioni di protocolli e persino a certe leggi che indicano quali metodi di cura sono ammessi per rispondere a quelli che vengono definiti ormai disturbi, che, di fronte all’autonomia godente di certi protocolli terapeutici, i robot o i computer potrebbero sostituire benissimo lo psicoterapeuta. Succede ogni volta che consideriamo che esista una normalità soggettiva assoluta o comportamenti e godimenti normali, che facciamo funzionare come modello, cui adeguare o commisurare tutti gli altri. Detto altrimenti, questo succede quando evitiamo di includere del desiderio nella soluzione che attuiamo.

E’ questo desiderio di sapere su cui si fonda l’analista, un desiderio eccentrico rispetto alle finalità del capitalismo economico, un desiderio che separa dal gregge, che permette di prendere atto della solitudine che l’inconscio programma per il parlante, esiliato da ogni armonia.

Ogni volta che noi ‘psi’ non ci lasciamo insegnare dalla singolarità di un soggetto, sia esso nevrotico, psicotico, perverso, autistico o altro, ogni volta insomma che non ci assumiamo il rischio della singolarità, siamo probabilmente già scivolati, fosse pure senza accorgersene, nella logica della massificazione della società.

Il rigetto della dimensione singolare di ciascun essere umano, questo tentativo di universalizzare i soggetti, di agevolare l’adeguamento a un modello unico a scapito delle differenze, non si rivelano nuove forme di controllo sociale?

L’esperienza della psicoanalisi permette di testimoniare che il reale, l’enigma che il discorso contemporaneo vorrebbe sopprimere, è impossibile da cancellare. Come diceva Lacan “Tutto ruota intorno all’insuccesso”. Questo è d’altra parte dimostrato dalla ripetizione con cui si ripresenta sempre più forte l’insoddisfazione in una società fondata sulla soddisfazione tutta e subito. L’insoddisfazione è da un certo punto di vista produttiva, ma quando si ignora nei fatti l’impossibilità di venire a capo del reale, non si è neanche avvertiti che nel godimento si annida la pulsione di morte. Ne derivano sempre di più conseguenze distruttive per i soggetti, isolamenti, dipendenze di ogni tipo, insopportabilità delle differenze dei simili, scatenamenti di comportamenti violenti.

Da questo punto di vista la psicoanalisi lacaniana, con il suo obiettivo di accompagnare gli esseri parlanti ad assumere la propria singolarità soggettiva come una risorsa da utilizzare, si rivela il rovescio della società attuale. La “funzione dell’analista offre qualcosa di aurorale (…) poiché tutto ruota intorno all’insuccesso”.[1]

Ci si può domandare perché si cerchi di trascinare o persino di costringere oggi la psicoanalisi ad accodarsi nella logica universalizzante dei beni.

 

 


[1] Jacques Lacan, Il seminario libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2001, pag. 99

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