La psicoanalisi, nell’epoca della trasparenza

La psicoanalisi, nell’epoca della trasparenza
A che cosa serve la psicoanalisi in una società che mette in atto parecchi strumenti per dare agli individui l’illusione che la morte si possa rinviare sempre più lontano e soprattutto si possa controllare? Sappiamo tutti in realtà che la morte può sopravvenire ad ogni istante. Già nel saggio di Freud Il disagio della civiltà possiamo leggere il disaccordo profondo che c’è tra il soggetto, ogni soggetto, e le costrizioni a cui è sottoposto per vivere in società e anche se oggi viviamo nell’era dell’Uno-tutto-solo, della scelta sempre più spinta da parte dei soggetti di relazioni dirette con il loro proprio oggetto senza passare tramite l’Altro del linguaggio, gli esseri parlanti contemporanei che noi siamo continuiamo a essere sottomessi alle nostre pulsioni e alla necessità di controllarle per poter vivere in società.
Sia ai tempi di Freud sia oggi si constata che gli esseri umani sono a disagio nella civiltà. Ogni legame sociale comporta un sacrificio di godimento, la repressione delle pulsioni.
Per Lacan ogni psicoanalista è tale soltanto se tiene conto della soggettività della sua epoca. Quale è la soggettività della nostra epoca?
Il modello proposto e persino prescritto è di godere della vita: tutto è messo in atto perché gli esseri parlanti che noi siamo più che parlare consumino, consumino e consumino ancora al fine di colmare i nuovi bisogni inventati e proposti ogni giorno. Appena si abbassano le possibilità delle performance i soggetti sono incitati a sfruttare il proprio corpo come strumento per il consumo e allo stesso tempo a prendere in considerazione di ripararlo o ancora meglio di fornirlo di accessori e/o di possibilità che di per sé non avrebbe, trattandolo sempre di più come una macchina.
L’individuo è invitato a conformarsi a tale modello che è la nuova normalità con la quale stare al passo.
Nel mondo del lavoro, in quello politico e sociale/istituzionale l’idea dominante, il tratto identificativo a cui conformarsi, per essere a tempo con la società e le sue esigenze e per essere produttivi soprattutto sul piano delle idee, di idee non qualunque ma innovative, è essere giovani. È la logica della similarità che sta alla base dell’uno e dell’altro.
Per lungo tempo, e senza risalire alle società antiche, l’età si connetteva all’esperienza e questa si accompagnava alla saggezza che contraddistingueva coloro che avevano saputo trarre dallo loro esperienza di vita degli insegnamenti fondamentali.
Ai nostri giorni al contrario l’essere giovani è sufficiente a se stesso e assicura, secondo il modello, l’essere a tempo con gli accadimenti, l’efficacia e la rapidità. Non conformarsi a questo modello rende obsoleti. Non solo l’essere giovani è un tratto che contraddistingue il modello, ma anche l’acriticità, che testimonia dell’assenza di soggettività in esercizio e della necessità di linee guida a cui identificarsi. E’ la logica della similarità che sta alla base dell’uno e dell’altro. E la similarità è fondata sulla tensione o io o te, quindi sull’aggressività e la violenza.
Nei luoghi di lavoro quando l’anzianità diventa troppo cara o il soggetto è troppo critico si tende a mettere in atto dei modi che lo costringano ad andarsene e sempre di più si tende a tradurre in legge o almeno regolamentare il fatto che ciascuna impresa possa agire secondo le proprie necessità, senza giusta causa, cioè senza una causa che tenga conto dell’impresa e anche della collettività. E’ la legge dell’Uno-tutto-solo. Che enuncia anche che ciascuno se la deve sbrigare da solo. Proprio mentre constatiamo che spesso i soggetti non hanno risorse ideali e simboliche per camminare sulle proprie gambe.
Si costruisce così il regno della paura e del silenzio.
Allo stesso tempo si delinea un modello di robotizzazione dell’essere umano. In fondo la nostra società mostra di non avere bisogno di un soggetto critico, pensante, di un soggetto che
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metta in atto e faccia riconoscere la sua singolarità, ma piuttosto di gradire un soggetto fluttuante in identità sempre nuove e preformate.
Il fatto è che soltanto grazie alla sua singolarità il soggetto esiste, agisce e si assume la responsabilità dei propri atti, come dice Lacan, il soggetto esiste soltanto grazie alla sua differenza assoluta.
Viviamo nel regno della paura e dell’insicurezza: paura di perdere il lavoro, di non trovarlo, del futuro, della violenza crescente, delle malattie, di non essere all’altezza dei tempi. In un contesto simile sembra esserci una sorta di letargo, di passività, persino di indifferenza. Si constata per esempio che in certi contesti si subisce la situazione della mancanza di lavoro e la situazione che tende alla povertà senza reagire. Questa mancanza di reazione testimonia della condizione del soggetto contemporaneo che non è interpellato dal desiderio.
La psicoanalisi può rispondere ai mutamenti della nostra epoca?
L’inconscio, su cui Freud ha fondato la sua clinica e che ha sostenuto la sua ricerca, è un lavoratore infaticabile che passa attraverso le epoche.
Lacan, che ha appoggiato la sua clinica e le sue ricerche su quelle di Freud, nel seminario L’etica della psicoanalisi fa qualche riflessione sulla differenza tra ciò che rappresentava lo psicoanalista all’epoca di Freud e nella sua epoca. Parlando del caso Dora dice che ella non si aspettava che lo psicoanalista fosse lì per rettificare il suo modo di apprendere il mondo. E aggiunge che ai suoi tempi è diverso, il paziente che si rivolge alla psicoanalisi ha un’altra idea sull’analista. Lo vede come detentore di un sapere, persino di un segreto e come qualcuno che può permettere di compiere dei progressi. Quando lo psicoanalista interviene è in una posizione per cui l’interpretazione acquisisce una portata di interrogazione.
Lacan ha messo in questione, con la sua clinica e il suo insegnamento, l’interpretazione che dopo Freud era stata data a quella che definiva una posizione di neutralità, come di una posizione da morto e di mutismo.
Lacan ha messo piuttosto in rilievo la responsabilità dello psicoanalista rispetto al suo atto e alla trasmissione della psicoanalisi.
Rispetto al discorso contemporaneo, che Lacan ha definito discorso del capitalista, egli ha messo in rilievo l’astuzia di tale discorso nel funzionamento, così da funzionare molto bene nella logica del consumo fino ad arrivare un giorno a consumare tutto: le risorse, la natura, gli individui stessi.
Che posizione ha la psicoanalisi di fronte al discorso contemporaneo? E quale funzione svolge per i soggetti contemporanei?
La psicoanalisi può permettere all’essere parlante di ritrovare la sua dignità di soggetto sollevandolo dalla debolezza, a volte persino vigliaccheria del nevrotico, risvegliando il desiderio. In fondo si tratta in analisi di decostruire le figure dell’Altro inscritte nel fantasma del soggetto, a cui egli si sottomette. Si risveglia così ad ogni disidentificazione l’enigma del desiderio inconscio, che non cessa di rinascere anche quando si fa a meno dell’idea di un oggetto che soddisferebbe appieno il desiderio. Desiderio indistruttibile, dice Freud. Posso dire, a partire dalla mia esperienza, che senza dubbio la psicoanalisi lacaniana può permettere di smetterla di correre dietro ai ‘falsi beni’ come se davvero, come ci dice la pubblicità, fossero la panacea per le nostre angosce.
Ma la domanda che mi sono posta come titolo non riguarda soltanto i soggetti che si rivolgono a uno/a psicoanalista per iniziare un’esperienza psicoanalitica. Direi che riguarda anche e prima di tutto gli psicoanalisti.
Abbiamo assistito a molti dibattiti, abbiamo letto molti articoli, in cui gli psicoanalisti stessi enunciano la difficoltà della psicoanalisi nell’epoca degli oggetti di consumo. Occorre dire che non è niente di nuovo. Già all’epoca di Freud gli psicoanalisti si lamentavano che l’inconscio non rispondesse più alle loro interpretazioni.
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Naturalmente niente garantisce che il tempo della psicoanalisi sia infinito, sia assicurato, dopo la scoperta dell’inconscio con Freud, nei secoli a venire senza interruzioni. L’inconscio ha fatto a meno dello psicoanalista per secoli, potrebbe ricominciare a farne a meno. Questo dipende anche e soprattutto dall’atto degli psicoanalisti, vale a dire se essi sanno essere a tempo con l’epoca in cui vivono, come psicoanalisti però e non adattandosi alle nuove mode. D’altronde già Lacan alla fine della sua Proposta sullo psicoanalista della Scuola, dopo aver parlato dei campi di concentramento e dei processi di segregazione che si estenderanno sempre di più, dice, parlando dell’Internazionale Psicoanalitica: “Ricordiamo che se l’IPA mitteleuropea ha dimostrato il proprio preadattamento a una simile prova (si riferisce appunto all’epoca del nazismo) non perdendo uno solo dei suoi membri nei campi succitati,, è a questa prova di forza che deve la grande affluenza di candidati che si è vista prodursi dopo la guerra – non certo priva di contropartita (cento psicoanalisti mediocri, ricordiamolo!) – candidati nella cui mente non era assente la motivazione di trovare lì scampo contro la marea rossa. Che era il fantasma di allora”.1
Non si tratta per gli psicoanalisti di cercare appigli e appoggi su altri discorsi, per esempio nel discorso dominante.
Possiamo dire che il disagio degli psicoanalisti di fronte al discorso contemporaneo e ai suoi sintomi-soluzione partecipa del sintomo stesso, vale a dire è un disagio surdeterminato. Esso concerne per un verso i mutamenti in atto del discorso contemporaneo, vale a dire del discorso del capitalista, che portano a domandarsi se i soggetti determinati dal discorso contemporaneo siano analizzabili; ma per l’altro verso attiene al discorso psicoanalitico stesso, vale a dire se noi psicoanalisti siamo capaci oggi, come diceva Lacan, di raggiungere all’orizzonte la soggettività della nostra epoca.
Lasciando da parte le lamentazioni è più interessante cogliere in che modo il capitalismo in cui siamo immersi, condizionato dalla scienza, possa minacciare la psicoanalisi.
La psicoanalisi poggia sull’ipotesi che il sintomo di cui un individuo soffre voglia dire qualche cosa, abbia quindi un senso che può divenire accessibile per il soggetto attraverso la decifrazione di un sapere inscritto nell’inconscio. La pratica di Freud ha dimostrato la veridicità di tale supposizione e tutti quanti dopo Freud ci domandiamo che senso abbia una dimenticanza, un lapsus o il fatto che mi torni quel malessere o quell’angoscia in contingenze analoghe.
Il progresso delle scienze della vita stanno introducendo però un postulato esattamente contrario a quello freudiano: è il postulato della determinazione organica dei sintomi, che non ha alcuna necessità del soggetto e dell’inconscio e perciò non soltanto non lo chiama in causa, ma anzi propriamente lo preclude. In questo quadro di discorso quando qualcosa non va ci si chiede di quale organo si è malati e la risposta non implica alcun soggetto, ma soltanto di trovare lo specialista migliore per riparare, se possibile, l’organo stesso.
Inoltre la società in cui viviamo produce sicuramente soggetti sempre più insoddisfatti e soprattutto sofferenti per mancanza di desiderio, il solo che dia senso alla vita, ma i soggetti contemporanei sono invitati sempre di più a interpretare la loro insoddisfazione in termini di avere. Sarebbe la mancanza di denaro, di bellezza, di amore, di riconoscimento, di lavoro, ecc. a produrre insoddisfazione: tutto è ridotto a una contabilità di più e di meno. La determinazione del capitale individuale che passa attraverso il corpo stesso è in contrasto con l’ipotesi del senso soggettivo.
Nella società contemporanea la frammentazione dei legami e la solitudine crescente hanno prodotto la credenza nella virtù della parola confidente e di ogni forma di narrare se stessi. Credere che parlare faccia bene è il perfetto rovescio dell’associazione libera, regola
1 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, Einaudi, Torino1974, p. 256
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fondamentale dell’analisi. L’entrata in analisi avviene tramite l’associazione libera che si realizza quando si rinuncia a raccontarsi, a raccontare i piccoli segreti della propria vita. In fondo con Freud e la scoperta della psicoanalisi e in seguito con Lacan abbiamo imparato che la verità ha sempre struttura di finzione e non riesce quindi a raggiungere la causa reale del sintomo. Il dire nell’esperienza psicoanalitica contrasta con il raccontare la propria biografia, ma questo perché già Freud aveva capito che ciò che in una storia è rimosso o precluso non si raggiunge attraverso la modalità della narrazione. E’ per questo d’altronde che non è la stessa cosa parlare con un amico o dirsi in analisi.
Lacan oppone dire il bene, che sarebbe la posizione del discorso del padrone, che punta a fornire il senso di quel che si dice o di quel che accade e tende a dire che cosa è bene per tutti i governati, al ben-dire, favorito dal discorso dello psicoanalista, che per far emergere il godimento singolare a quel soggetto, si appiglia all’equivoco del linguaggio, in cui il discorso del soggetto si dice, favorendo effetti di senso.
La psicoanalisi ha come obiettivo di condurre al ben-dire per la via della decifrazione di una scrittura inconscia. Nell’ultimissimo periodo del suo insegnamento Lacan insiste sul fatto che i sintomi certamente hanno un senso, ma che per ridurre il sintomo non bisogna fornirgli un senso. Il sintomo è come la lettera che si legge soltanto decifrandola. Sono i significanti che hanno prodotto il sintomo che sono da leggere e che possiamo raggiungere con l’associazione libera, che lascia un posto all’equivoco del linguaggio, nell’esperienza psicoanalitica.
Dagli anni ’70 Lacan afferma che l’interpretazione in psicoanalisi non è l’interpretazione del senso ma è piuttosto gioco sull’equivoco.
La necessità di decifrare, e non di dare senso, dipende dal fatto che la psicoanalisi, quando opera e produce del soggetto, non è con la suggestione. Essa opera per ridurre quello che fino a quel momento faceva senso per quel soggetto. (Gelinda è ossessionata dal fatto che se l’uomo con il quale ha una relazione d’amore non ha tutta l’attenzione puntata su di lei, allora significa che non la ama più perché lei non è più abbastanza bella per lui. Nessuna parola che cerchi di dare un’altra spiegazione, un altro senso appunto, la sposta da quello che lei crede fermamente.) Il fatto è che il senso non è supportato dal simbolico, esso è ciò che fa la forma, è quindi supportato dall’
Ma infine la cosa più interessante di tutte è soffermarsi a individuare come la condizione della psicoanalisi nel tempo in cui si pratica, e per noi nella nostra epoca, sia non tanto alla mercé di quello che accade nel mondo, ma sia alla mercé degli psicoanalisti che la praticano.
Riusciamo noi psicoanalisti della nostra epoca a produrre degli analizzati che possano sostenere un desiderio di sapere? Esiste oggi dello psicoanalista, quel tanto da poter sostenere quel desiderio di psicoanalisi necessario alla trasmissione e all’esistenza della psicoanalisi? Questa condizione non dipende dalle logiche e dallo stile del tempo in cui si vive, ma dipende dagli psicoanalisti stessi.
La posizione dello psicoanalista come tale è una posizione inversa a quella del discorso contemporaneo.
L’isolamento che il discorso del capitalista produce – ciascuno gode solo con il suo oggetto di consumo, non è un modo di dire è la realtà che si constata ogni giorno – genera paradossalmente la ricerca del raggruppamento, la ricerca di insiemi di altri, tutti inconsistenti. Il numero, la quantità supplisce al fatto di non avere più dei riferimenti simbolici e ideali che tengano.
La psicoanalisi produce disidentificazioni e conduce ciascun soggetto fino alla caduta della sua identificazione ultima. Caduti tutti i sembianti, ciascuno che abbia svolto il suo percorso analitico è alla fine ridotto al suo essere di godimento.
Anche del discorso contemporaneo ho detto che riduce il soggetto al suo essere di godimento, si occupa di ciascuno in quanto consumatore, in un certo senso obbligato. Pensiamo alla
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preoccupazione dominante nella crisi che caratterizza le società cosiddette occidentali in questi anni: è soprattutto quella che i consumi e quindi le produzioni calano.
Che differenza c’è quindi tra il discorso sociale contemporaneo e il discorso psicoanalitico? Non possiamo tanto dire che il tratto distintivo sia che la psicoanalisi mira alla differenza assoluta, quindi alla singolarità, poiché anche nella nostra società la massificazione, la globalizzazione spinge, – seppure sul piano del modo in cui ci si abbiglia o come ci si fa tatuare il proprio corpo o con il proprio operare -, a distinguersi. La società stessa in molti ambiti spinge per un verso la globalizzazione e per l’altro a rispondere all’esigenza di singolarità, sul piano dell’avere. Per esempio qualche giorno fa ho ricevuto a casa gratuitamente una penna a sfera personalizzata. La penna a sfera è di serie, in più colori tra cui scegliere, ma io posso ordinarne una certa quantità e su quella quantità sarà scritto il mio nome con il laser, così da poterla regalare a chi voglio ma con il segno del donatore. Sempre di più la pubblicità è basata per certi prodotti sulla possibilità di rendere singolare l’oggetto che acquistiamo.
Primo punto è quindi che la singolarità qui è costruita passando attraverso gli averi. Non si tratta di una singolarità che riguarda l’essere del soggetto, ma una singolarità fatta dagli accessori.
Ma ne consegue un altro aspetto fondamentale: il discorso contemporaneo è disposto ad agevolare la singolarità di ciascuno attraverso gli averi per il proprio beneficio, vale a dire la trovata dell’agevolazione della particolarizzazione parziale degli oggetti ha come fine la capitalizzazione, il nutrire la malattia del dispendio e del consumo, agevolando allo stesso tempo la persistenza di ciascuno nella posizione di consumatore.
La psicoanalisi al contrario producendo degli psicoanalisti che operano nella cura agevola allo stesso tempo un atto che ha degli effetti i cui benefici vanno a vantaggio dei soggetti. L’obiettivo dell’atto dello psicoanalista non è quindi capitalizzare per sé, ma produrre l’effetto che permette al soggetto in analisi di posizionarsi come soggetto responsabile.
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