Il corpo nell’anoressia nervosa

Antonella Amadori

Di che cosa abbiamo paura?
Del nostro corpo.
J. Lacan
Storia di un Corpo
Daniel Pennac
Voglio scrivere il diario del mio corpo perché tutti parlano d’altro. Tutti i corpi sono abbandonati negli armadi a specchio. Il corpo è un invenzione della vostra generazione. Almeno per l’uso che se ne fa e per lo spettacolo che ne viene dato. Ma, sui rapporti che la mente stabilisce con esso, in quanto scatola delle sorprese, oggi il silenzio è altrettanto fitto. Vuoi che ti dica una cosa? Più lo si analizza questo corpo moderno meno esiste. Annullato in misura inversamente proporzionale alla sua esposizione. Di questo corpo ho tenuto il diario quotidiano, del nostro compagno di viaggio, della nostra macchina per essere.
Mi interrogo intorno al corpo e rifletto su quante parole nella nostra lingua lo evochino: Prendere corpo, dare corpo. La stessa parola ha nel suono Cor-po, il core che rimanda alla parola centro. Il corpo è il centro, il buco del discorso delle pazienti anoressiche e intorno a questo, si articola il corpo sottile del loro linguaggio.
Prendere corpo significa assumere forma , acquisire sostanza, assumersi un processo di crescita. Dove se non negli altri, tale processo avviene? apprendere dagli altri, apprendere se stessi negli altri, non è forse attraverso l’imitazione che il bambino prende la parola, non è attraverso il sembiante del corpo altro, che scopre il proprio. Prendere corpo significa dunque diventare altro rispetto a ciò che ci ancora dall’essere bambini, diventare adulti, imparare ad esserlo.
Partendo da questi enunciati ,ho deciso di scrivere qualcosa a proposito di un rapporto difficile, il corpo nell’anoressia. Un assenza di rapporto, la ricerca di un legame perduto o forse mai trovato. Parole taglienti lo descrivono “Lo odio” “Mi fa Schifo” “Non riesco neppure a guardarlo”. Sono queste le parole che lo introducono in seduta nel discorso delle pazienti anoressiche che incontro, sono queste le parole che accompagnano e giustificano la pena inflitta: il digiuno, i crampi, le mortificazioni. “Ho mangiato e adesso mi deve bastare per settimane”, un godimento impossibile, circolare.
Altre parole seguono nel discorso, quando compare all’orizzonte un altro che domanda la sospensione di questa pena, “non mi chiedere di mangiare, il corpo è mio faccio quello che voglio”, ”il mio corpo mi appartiene”, ed è in queste parole che si scorge la possibilità di un interrogazione soggettiva, intorno al sintomo, ma rivolta a se stesse.
La cura analitica è un’esperienza di parola, nella parola e dalla parola.
Il sintomo di cui viene a lamentarsi il paziente, rivolgendosi all’analista, prende la via della parola.
Il sintomo tuttavia non si potrebbe ridurre a una faccenda di parola. Nella sua fabbricazione, implica sempre la partecipazione del corpo di colui che ne soffre. In francese, secondo una formula di pura provenienza lacaniana, del sintomo si può dire che è EN-CORPS, “In corpo”. È nel corpo, ed è fatto con il corpo.
È per questa ragione che il sintomo è scrittura, nella misura in cui il corpo dà supporto materiale al sintomo, come la scrittura dà supporto materiale alla parola. Il sintomo è così qualificato come simbolo scritto sulla sabbia della carne.. È incarnato e realizza la sua scrittura con elementi presi dal corpo.
Viviamo in un tempo in cui ogni sintomo è ridotto a disturbo da eliminare, senza che il soggetto che ne è portatore sia chiamato a farsene qualcosa. Il corpo e le manifestazioni di angoscia legate ad esso si prestano in particolar modo ad una deresponsabilizzazione, perché l’oggettività della malattia, della problematica organica, si concilia con il non volerne sapere del soggetto contemporaneo, del posto che lui occupa nella sua sofferenza, si concilia con la modalità di risoluzione più ovvia del nostro tempo, quella del godimento.
Bisognerà dunque assumere l’umiltà e il coraggio di ripensare la questione del corpo senza eludere la sua
dimensione reale, quella più scabrosa, quella che esso manifesta in modo non sempre significantizzabile, interpretabile, metaforizzabile.
Grazie all’insegnamento di Jacques Lacan oggi possiamo pensare al corpo nei suoi tre registri, immaginario, simbolico e reale.
Il registro reale del corpo, si manifesta quando il soggetto si ritrova ridotto ad essere il suo corpo, realtà muta del corpo malato, posseduto dal dolore che mette al muro il soggetto, ma anche nel corpo come sostanza godente.
Il reale del corpo si ascolta nella parola dei malati affetti da patologie croniche, nei pazienti affetti dalle manifestazioni dei nuovi sintomi come le anoressie e le bulimie, si tratta di soggetti che devono fare i conti con il corpo come priorità della loro esistenza, che rischiano di venire appiattiti alla realtà urlante di questo , se non interviene un dispositivo per dar spazio alla voce del soggetto .
Nel corpo muto e sordo a causa del godimento del disturbo psicosomatico, anoressico, bulimico, il lavoro di reperimento del soggetto di desiderio, incontra più ostacoli che nel lavoro psicoanalitico classico.
Il corpo risulta enigmatico,frammentato, quando ci mette di fronte all’inesorabilità della sua condizione mortale, ad un sintomo talmente letterale da non poter essere decifrato, alla stupida e mortifera realtà del suo godimento.
Jacques-Alain Miller (2006a), nel commento al Seminario XXIII – Il sinthomo di Lacan (2006a), sottolinea che, da un punto di vista psicoanalitico, il corpo è paragonabile a un ammasso di pezzi staccati. Lo statuto primitivo del corpo, contrariamente all’evidenza del visibile, è infatti di essere in pezzi staccati e, affinché il bambino possa percepire il proprio corpo come una unità, occorre che sia passato attraverso quello che Lacan considera un vero e proprio «crocevia strutturale» nello sviluppo. Lacan indica con il nome di stadio dello specchio quella fase in cui il lattante, tra i sei e i diciotto mesi, ancora immerso in uno stato di frammentazione, impotenza e di prematurazione fisiologica, risponde in modo giubilatorio alla vista della propria immagine riflessa nello specchio.
L’immagine speculare permette al bambino un primo riconoscimento, una prima identificazione e, contemporaneamente, segna una frattura incolmabile ,poiché egli non potrà mai ricongiungersi all’immagine che lo specchio gli rimanda. In questo punto, possiamo trovare l’idea del soggetto lacaniano come strutturalmente diviso. Lacan sottolinea la dimensione tragica dello stadio dello specchio, la cui essenza è quella di essere una «lacerazione originale» in cui l’essere del soggetto è per sempre separato dalla sua proiezione ideale. Da una parte, dunque, lo stadio dello specchio permette quell’operazione simbolica che offre al soggetto la possibilità di individuarsi come un “io” mentre, dall’altra, è ciò che lo divide irrimediabilmente dalla sua immagine.
Per l’anoressica il partner fondamentale diventa la propria immagine idealizzata; il mondo si riduce alla superficie liscia e asettica dello specchio, che restituisce una visione frammentata del corpo“vedo La mia Pancia Grossa”, “vedo le cosce enormi”. La sua passione è una passione di consistenza: farsi essere identica alla sua immagine ideale, coincidere con ciò che per struttura è impossibile coincidere, ovvero con il proprio io-ideale, con il riflesso narcisistico che l’immagine speculare riproduce. La sua impresa è un’impresa di padronanza: governare il corpo, esercitare su di esso un dominio della volontà, un controllo dei suoi appetiti caotici.
Per chi si trova ad operare nel campo delle anoressie-bulimie, la richiesta di intervento per queste che sono state dette “nuove forme del sintomo” è sempre più frequente e pressante, talvolta connotata da una sorta di disperazione, quasi di rabbia o di sfida più che da un desiderio di aiuto a capire e comunque in urgenza: “Vediamo dunque cos’ha da dire e soprattutto da proporre o da fare, e in fretta, “l’esperto”.
The Expert, qualcuno che sa, che ne sa di più, è una parola-chiave della nostra epoca scientifica, che sempre più suddivide e rende oggetto l’individuo, per stupirci poi che questo manifesti con qualche forma di rifiuto, il suo essere irriducibile ad ogni classificazione

Il corpo delle pazienti compare attraverso la sua “Assenza”, attraverso la sua sparizione e ciò richiama disperatamente l’Altro, il genitore, il terapeuta, l’istituzione ad intervenire in crisi, attraverso l’angoscia di morte, che questo corpo che scompare appella. Questo attiva una serie di interventi, richieste, operazioni, consulenze, che hanno come risultato l’eclissi di quel soggetto in quel corpo sottile e del corpo sottile del suo linguaggio.

Farò riferimento a tal proposito alla mia recente esperienza di controllo, statuto interno alla scuola, che mi porta in spagna ad interrogare la direzione della cura dei casi clinici, che seguo. Portavo da questa psicoanalista di Barcellona, il caso di Charlotte, ragazza anoressica di 24 anni. Mentre aspettavo in questo studio così calmo, lontano dall’urgenza, riflettevo su quali istanze mi portavano a parlare proprio di Charlotte, su quale fosse la mia domanda. Inizio a parlare di lei, del suo corpo in effetti, del suo progressivo sparire, del suo discorso, che la porta a dire “non so davvero se voglio guarire, sento che voglio finire male”.
Parlo di ciò che questo ha prodotto in me attivando prima il Medico, poi la Neuropsichiatra ma non ancora l’Analista. Propongo esami, farmaci, ricoveri, consulenze da un altro indicato come il “Dietologo”, qualcuno che sa cosa si “Deve Mangiare”. L’analista che mi sta di fronte blocca, argina, taglia il mio discorso dicendomi “Que Pasa con este Dietologa? Ella se refiere a te No a Otro? Que hace se non hacer algo con el sinthoma, eschuchala, acojela no la calles… Mi chiede PORQUE? …..Risponde di getto il medico delle Evidence Based Medicine, che nelle linee guida internazionali dei trattamento Standard dei DCA è previsto un bla, bla, bla,, Rimanda PORQUE Cual estandard ?
Queste parole producono prima un silenzio, una frattura, poi un eco, una risonanza, un effetto, che si appella al desiderio dell’Analista. Charlotte deve essere ascoltata porta in quello spazio, nel luogo del mio studio, nel suo discorso analitico, le sue parole, il suo lamento, chiede un limite ma mette un confine che ha bisogno di essere tracciato insieme , perché si produca del soggetto e non la sua eclissi.
Alla ripresa del lavoro con Charlotte compare per me un nuovo registro, inizio ad accoglierla, ad ascoltarla davvero, nella sua unica individualità, fuori dall’idea di monitorarla, di parametrizzarla, fornendo un luogo, in cui sarà lei più tardi ad iniziare di accettare la realtà corporea del suo corpo straniero e a proporre di voler farne qualcosa “non voglio più punirlo, voglio provarci”. Abitare uno spazio per diventare un corpo, un’altra volta, lo spazio della cura, diventa allora il luogo in cui evolvere, prendere corpo, averne la responsabilità.

Nell’attualità ipermoderna il discorso delle cure appare sempre più legato alla logica disumana della quantificazione: grafici, scale, dati, costanti biologiche, diagrammi computerizzati occupano la scena svuotandola della dimensione etica della parola. Il linguaggio protocollato e integralmente formalizzato, spesso incomprensibile al paziente, non consente al medico dal fronteggiare la dimensione più specifica della sua pratica, ovvero l’incontro con la domanda di aiuto del soggetto. Questa domanda implica una singolarità spigolosa, che può essere aggirata attivando delle semplici procedure standardizzate uguali per tutti, omogenee.
Per questa ragione Lacan avverte il medico sulla centralità che deve assumere nella sua pratica la giusta valutazione del carattere singolare e paradossale della domanda, la quale contiene sempre uno scarto, un elemento irregolare, singolare appunto rispetto alla pura e semplice domanda di guarire.
“Non è questo che voglio”, “ Non so se posso rinunciare al sinthomo, non ancora” dice con l’atto autolesivo il soggetto, non il tuo sapere o cibo o modello di vita già pronto ma, caso mai, voglio vedere la tua personale implicazione, il tuo personale impegno e desiderio nel rapporto con me e con gli altri intorno, perché anch’io possa trovare il coraggio di desiderare e di vivere.
Quando l’anoressica incontra un’Altro che non si lascia angosciare da lei, l’arma con la quale esercita il suo controllo viene disattivata. Cosenza nel testo il muro dell’Anoressia rimarca l’importanza di non rispondere mai con il rifiuto a queste pazienti. Il ricovero, dove necessario, non dovrebbe essere posto in una modalità espulsiva ed angosciante, ma andrebbe sostenuto come l’unico modo per reintrodurre un limite “un argine simbolico” al debordare del sintomo.
L’anoressica dovrebbe poter incontrare un altro che “rimanga attivamente al proprio posto nel rapporto con lei,” che le faccia spazio, “ qualunque cosa accada, senza né divorarla né rifiutarla”. In questo modo, è possibile evitare che la paziente “ realizzi quella che in massimo grado diviene la sua posizione di godimento sintomatico per eccellenza: essere lo scarto, il rifiuto dell’Altro”.

La grande risorsa di cui la psicoanalisi dispone, sempre più rara nei dispositivi di cura moderni, è dunque la sua inclinazione all’ascolto dei soggetti uno per uno, è la sua clinica del ‘caso per caso’, che le permette di reperire nei singoli pazienti le loro particolarità, le carte che essi mettono in gioco nella partita che giocano con il loro godimento. Carte che, una volta individuate, possono essere rimescolate per riscrivere una nuova storia, una storia in cui il soggetto sia protagonista del suo desiderio.
Dalla parte dell’analista la pratica della psicoanalisi si sostiene su una ipotesi di base: c’è dell’inconscio la cui condizione è il linguaggio. Esso, l’inconscio, si produce per gli esseri parlanti nel discorso che rivolgono a un Altro. La sottomissione al linguaggio ha come effetto del Soggetto, ma non senza una perdita.
Come può operare allora il desiderio dell’analista? Per creare uno spazio al soggetto che non sia una realizzazione perversa dell’identificazione all’oggetto, l’analista non può far altro che offrirsi come sembiante d’oggetto. Ciò significa, da parte sua, parlare la-lingua del paziente, da quella posizione potrà tentare di sostenerlo. Per questo l’analista manovra il transfert in modo da presentificare l’incognita del desiderio del soggetto, introducendo così l’enigma dalla parte dell’inconscio ,cioè l’enigma del corpo parlante. La cura psicoanalitica non può ridursi ad una sorta di ortopedia dell’io, né a un suo graduale rafforzamento e adattamento, ma “dovrà puntare a ‘realizzare’ il sogget¬to dell’inconscio.
Il trattamento dei disturbi dell’alimentazione in istituzione in che modo si orienta?
La parola istituzione evoca attributi come Riconosciute, autorizzate, accreditate, termini che mettono subito in campo lo stan¬dard, inteso come norma condivisa, come modello di riferimento al quale uni¬formarsi. E questo non è forse una gabbia per la soggettività?
Una pratica della cura che voglia rispettare la dimensione unica della domanda, non deve precipitarsi suggerisce Lacan a rispondere a questa domanda, senza considerare l’eterogeneità strutturale che la separa dal desiderio, dunque senza prendere in carico quell’elemento singolare che differenzia questa domanda da qualunque altra. Questa differenza viene ignorata dalle pratiche totalitarie della cura, le quali prescindendo dalla domanda come evento soggettivo, regolano la loro azione, su di un criterio burocraticamente amministrativo o su un’esigenza produttiva che impone trattamenti standard protocollari della domanda di cura.
Nelle cure uniformanti, il soggetto della cura è un soggetto senza inconscio che deve essere addestrato, il più rapidamente possibile, a ritrovare la sua efficienza operativa della macchina-corpo, sconvolta dal sintomo.
In tutti i Centri ad Orientamento Analitico predomina l’idea che il sintomo sia la manifestazione di un disagio che va oltre il disturbo alimentare e che la guarigione non coincida esclusivamente nel ripristino di una sana e corretta alimenta¬zione o nella eliminazione delle condotte compulsive.
Sia che si miri all’acquisizione di un nuovo Sé che all’elaborazione soggettiva delle cause della propria malattia, la finalità della cura che ci si prefigge di raggiungere in un lavoro residenziale a orientamento ana¬litico punta, oltre che al ristabilimento dello stato fisico, soprattutto a permettere un cambiamento interiore, attraverso un percorso di ri-sogettivazione che permette al soggetto di scardinare l’impalcatura istituita per difendersi.
Anche il lavoro in équipe, che trova sempre maggior assenso nel¬la comunità scientifica, può essere orientato in senso analitico, in tal senso L’equipe, la squadra, non risiederà nella somma degli operatori e nelle diverse professionalità, ma paradossalmente, nel loro venir meno, nel tirarsi indietro rispetto a un pieno di competenze, perché venga a prodursi uno spazio, per la clinica, per il caso di ogni singolo paziente, per la storia del suo corpo.
Concludendo citò ancora Pennac che si rivolge al suo corpo dicendo: In realtà non abbiamo assolutamente nulla in comune.. io e te, Ebbene io ti difenderò! Ti farò i muscoli, ti fortificherò i nervi, Ti difenderò anche da me stesso! mi interesserò a tutto quello che senti.
Dal momento che è a questo che devo Assomigliare a questo Assomiglierò.

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